What a fucking party there!

Esito, decido, parto. Lo faccio d’impulso, ricordando ancora l’impatto fortissimo, allora, nel confrontarmi con Sarajevo, la città in cui trovare nella stessa strada una cattedrale ortodossa, una chiesa cattolica, due sinagoghe ed un museo ebraico.

Una città, un simbolo. La “Gerusalemme d’Europa” la chiamavano, proprio per la sua composta convivenza religiosa, proprio oggi che Gerusalemme non può più dirsi tale, dal momento che ognuno dei molteplici gruppi religiosi, in luoghi non lontani, ha tradito la causa pacifista, rendendosi complice di un’intolleranza che calpesta la dignità dell’altro. E che, forse, con la religione non c’entra un bel niente. Ma c’entra con il Potere.

 [Guarda qui le foto dell'album “SARAJEVO, MON AMOUR”]

Glielo dovevo a Sarajevo, e glielo dovevo ad Hannah, la ragazza serba incontrata una notte a Belgrado, e poi riapparsa allora inaspettatamente due giorni dopo, tra le case dei pescatori lungo il fiume Sava, durante un importante lavoro di writers che stavano rendendo più vive e colorate le abitazioni di chi vive ai margini della città.

E poi lo dovevo alla voglia di scoprire e di conoscere più a fondo una realtà spesso oggetto di pregiudizi e prese di distanza, benchè geograficamente non così distante.

Quindi si parte. Prima tappa, Belgrado. Avendo deciso all’istante che rimarrò per una notte nella città che fu la roccaforte di Tito, vado un po’ a zonzo cercando di raggiungere il raduno di couchsurfers di cui avevo letto giorni prima, con l’idea di scambiare due chiacchiere e perché no, trovare ospitalità per la notte. Sono fortunato ad incontrare Ivan, ragazzo simpatico e schietto, che mi dice apertamente che non ha troppo tempo per starmi dietro ma che certamente, un divano libero nel suo appartamento ce l’ha, e quindi mi può ospitare. D’altronde la base del couchsurfing è proprio questa. Ospitare, comunque, per permettere a tutti di “sperimentare il mondo”.

Ed è sulla strada per arrivare a casa, che Ivan mi indica dei palazzi ancora segnati dai bombardamenti NATO del 1999. Ma proprio in quel momento, in cui aspetto di ascoltare cupe storie di guerra, ecco che Ivan mi sorprende ed indicandone uno sorride “What a fucking party there!”, e ridendo inizia a raccontarmi che durante i bombardamenti, la NATO avvisava il giorno precedente sugli obiettivi da distruggere. Ciò si traduceva allora, per l’allora diciassettenne Ivan ed i suoi coetanei, una volta fatte evacuare le famiglie  residenti, in mesi e mesi di feste alcoliche e musica elettronica all’interno dei palazzi che sarebbero stati bombardati il giorno successivo.

 

Come avrei potuto sapere ciò, senza confrontarmi con  una persona del posto? Non il genere di notizie che passano per i media. Perché parlare di guerra fa notizia, ascoltare invece della voglia di vita che neanche le bombe riescono a sopprimere, beh, per quello bisogna andare alla scoperta dei Balcani, con la loro tipica paradossale ironia e leggerezza nell’affrontare la vita, questa comica sbadataggine che semplifica il problema e lo trasforma, per cui anche un palazzo bombardato diventa invece il luogo perfetto per feste inusuali, e 3 mesi di bombardamenti diventano 3 mesi di “what a fucking parties”. Perché, se c’è il presente, non c’è motivo di preoccuparsi per il futuro.

[Continua....]

 

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